Oltre ai nostri tre figli, mio marito ed io, abbiamo accolto un certo numero di bambini nell’arco di circa 20 anni. […] ho accettato la proposta di tutore volontario come una continuità rispetto all’affido familiare anche se con modalità diverse.

Sono stata nominata tutore volontario a Dicembre 2011, dopo aver conosciuto l’allora Presidente de La Voce del Bambino nel 2007, in occasione della mia tesi di laurea. Da bambina dicevo che da grande avrei adottato dei bambini, così questa cosa detta inconsapevolmente ha preso forma, all’interno dell’esperienza cristiana, a partire dal 1991, incontrando un’associazione di famiglie che realizza affido familiare. Così oltre ai nostri tre figli, mio marito ed io, abbiamo accolto un certo numero di bambini nell’arco di circa 20 anni. Poi, essendo cambiate alcune condizioni, tra cui quella abitativa, ho accettato la proposta di tutore volontario come una continuità rispetto all’affido familiare anche se con modalità diverse.

Due citazioni sono significative per la mia esperienza come tutore.

La prima è: “…la legge infatti non ha portato nulla alla perfezione…” Eb. 7, 17-19. Detto agli Ebrei è una vera sfida. Ma io stessa ho affrontato delle sfide, per far ottenere ad esempio la tessera sanitaria ad un bambino di 4 anni e con cittadinanza italiana, e pur presentando allo sportello tutti i documenti necessari e le leggi di riferimento, mi è stato risposto: “Si è scritto qui ma non è mica vero”. Le difficoltà si sono ripresentate per la residenza, la carta d’identità ed il riconoscimento da parte della madre. Ho imparato che ci possono essere delle leggi anche perfette ma la loro realizzazione dipende dalla loro conoscenza e dal loro utilizzo. Comunque con il primo bambino sono riuscita a realizzare il mio compito di tutore; con il secondo, la vicenda è più complessa, ma le prospettive sono positive.

La seconda citazione è tratta dall’autobiografia di Tim Guénard “Più forte dell’odio”, che scrive: “Ecco un bravo giudice. Ti riceve, si prende il tempo necessario per guardarti veramente. E’ un giudice che non giudica, giustamente…”. Quando lui venne ad un convegno a Milano disse: “Essere amato? Non pretendo tanto, ma essere riconosciuto sì, questo è importante.”. Quindi ho imparato che il tutore è una persona che ha la possibilità di riconoscere e di far riconoscere un minorenne in difficoltà. Riconoscere è un termine che ha a che fare con l’identità di una persona e di tutti i diritti e doveri che la riguardano. Il bambino, il ragazzo non è un “caso” da risolvere ma è una storia unica ed irripetibile.

Il giorno del riconoscimento legale del bambino da parte della madre, ho provato contemporaneamente gioia e tristezza. Gioia per la ricongiunzione di quella famiglia e un po’ di tristezza perché quell’avvenimento richiedeva un distacco, un non possesso, come quando uno dei bambini in affido rientrava a casa propria.

Questo mi ha fatto riflettere sulla mia identità di tutore. Il tutore è una figura stabilita dal nostro ordinamento costituzionale, con compiti e limiti giuridici a cui io devo aderire.

Ma non solo, io sono tutore perché ho incontrato una persona che mi ha proposto di aderire a questa esperienza. Questo, nello svolgere il mio compito mi chiede una lealtà, mi chiede di mettere in gioco la mia libertà perché da sola non avrei mai fatto il tutore. Quindi quando entro nel ruolo di tutore la mia coscienza mi chiede di tenere presente quella realtà che io ho incontrato, perché il mio agire è legato ad essa. La riconoscenza e la gioia manifestata a me da una madre per avere ottenuto il riconoscimento legale del figlio, non è cosa mia, è grazie all’esperienza che ho incontrato. Un uomo che scopre che il tutore è volontario e quindi non riceve retribuzione e mi dice: “Ma ha fatto più lei che quelli che lavorano!” non è cosa mia ma è una riconoscenza che io devo trasmettere a questa esperienza. Oppure ancora il confidarsi del minore inizialmente con il tutore e solo poi con lo psicologo rispetto a maltrattamenti subiti…

Il tutore volontario è conosciuto come entità astratta – ma quando i diversi operatori si trovano di fronte una persona che lo incarna, inizialmente “prudenti” e “perturbati” poi hanno compreso il valore come possibilità di mettere insieme tutti i pezzi di un puzzle. Diventa una relazione significativa per il minore, rinverdisce e dà speranza ad un cammino che sembrava prima più un labirinto.

Perché il tutore volontario? Non si potrebbero risolvere egualmente i problemi burocratici con un migliorato servizio informatico, un data-base? Con Comunità di accoglienza minori più preparate professionalmente? Con un più qualitativo impegno del Servizio Sociale nei rapporti con i minorenni? Stiamo facendo il lavoro che altri dovrebbero fare?  Il tutto passibile di miglioramento esclude a priori questo nostro germoglio di realtà che, per le dimensioni che ha ora è quasi invisibile, ma che nella storia di ogni singolo bambino/ragazzo incontrato diventa presenza significativa ed educante alla vita?

Sono messi in atto cultura del dono, welfare sociale, coesione sociale e solidarietà, dialogo interculturale e multiprofessionale.

I.M (Convegno la voce del bambino, giugno 2015)

 

 

 

 

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